La Signora

Creazione 2000


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Coreografia
Caterina Sagna
Interpreti
Alessandro Bernardeschi, Clelia Moretti, Caterina Sagna
Musiche
D. Reinhardt, Massive Attack, Moby, Chemical Brothers, Diana Ross, Tindersticks
Costumi
Tobia Ercolino
Luci
Nuccio Marino
Foto
Maarten Vanden Abeele
Produzione
Associazione Compagnia Caterina Sagna, Kunstencentrum Vooruit (Gent)



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La Signora si stanca facilmente, soffre di mal di testa e ha sempre tanto da fare. 
La Signora ha una grande paura di essere ridicola, si annoia molto spesso, soffre di depressione. 
La Signora ricorre regolarmente a cure sanitarie e cosmetiche e si tiene aggiornata sulle novità culturali; è sempre adeguata. 
La Signora non ha neanche una carie. 
La Signora viaggia spesso.
La Signora trova i bambini troppo invadenti e non sopporta i gatti. 
La Signora ha dei titoli in borsa, ma non si ricorda quali e si innervosisce leggendo i quotidiani. 
La Signora ha ricordi commoventi e licenziosi. 
La Signora non cucina ma sa comporre menù di grande raffinatezza, non sa giocare a golf ma va al circolo tutti i week-end, non legge libri ma conosce gli autori e i titoli del momento. 
La Signora ha sempre un po’ freddo e per scaldarsi beve, adora il vino. 
La Signora non trova mai quello che cerca.
La Signora ha molta fantasia e un grande gusto.



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Omaggi floreali alla Signora
Roberto Fratini Serafide, maggio 2000

Tu vis? ou vois-je ici l’ombre d’une princesse?
Mallarmé, Hérodiade

- E per me stessa nessuna! Nessuna!
Per me, io sono colei che mi si crede.
Pirandello, Così è (se vi pare)

Goffamente trinitaria nell’obbedienza un po’ assistenziale di due servi che, letteralmente, la “allestiscono”, organici alla sua esistenza non meno di quanto lei sia organica alla loro “resistenza” (reprimere subito, pertanto, ogni memoria liceale di Genet), la Signora si lascia scrivere con la maiuscola, perché proprio non possiede un nome; come Dio, stenta a determinarsi da se stessa; e a differenza di Dio, non si fa pregare.
Forse per questo la misura contratta di uno spettacolo di danza non la esaurisce; perché è tutta quanta nella parzialità, nella velletarietà, nell’inadempienza.
Quanto accade in scena non illustra il tipo della riccastra, o una macchietta snob: per circonfusa che appaia di languori salottieri e montenapoleonici totem, la Signora non è meno assoluta, o meno disperata di Erodiade, Melisande o della Dama di Shalott, tutte signore “relative”, anche queste. Né meno inconsolabilmente inconsistente di loro.
Anche lei incarna, con studiata inadeguatezza, un certo femminile, allampanato anelito a essere ciò che non si è, pur di essere qualcosa. Lo fa ricorrendo alla strumentazione facile di un’alta borghesia da rotocalco, perché sia ancora più evidente che è l’anelito, a contare, non il suo oggetto. Troppo debole, e troppo poco eroica per fingersi qualcosa di inedito, santa o incantatrice o vittima, non vede il vantaggio di apparire se non come “qualcosa di già visto”: più per essere riconosciuta, che per riconoscersi.
Così, parte opaca del tutto che è una donna, esiste grazie a particole di quel tutto che è il bel mondo: bicchierini di vermouth, pillole, vestiti, motivetti da balera e dance music spietata: cose santificate, celebrate dalla velleità, in cui, senza essersi confessata, la Signora si comunica.
Gioco è ciò che riproduce il lavorio della vita in assenza di ogni strumentalità, e di ogni gravità: l’ombra, direbbe Laban, dello sforzo che è esistere. Per essere esente da uno scopo pragmatico, il gioco deve attribuirsene, d’ufficio, uno convenzionale: durata della partita, punteggio, conquista.
Il gioco giocato dalla Signora ha le stesse prerogative, e tende ugualmente all’infinito: le metamorfosi, i cicchetti, i “quattro salti” vengono messi a segno come punti, nel limite assegnato di un’ora di spettacolo; ma la frenesia di totalizzarne il più possibile li accosta uno all’altro in una specie di paratassi, un discorso senza gerarchie, “sconclusionato” nel senso più nobile. La scena clou, la chiave di volta, è falsamente perseguita, e di fatto prorogata a un altrove che non si lascia prendere per la coda. Come se, votatasi ad arricchire chissà quale “collezione” di atteggiamenti e sintomi, la Signora non fosse in grado di esibirne che il “campionario”, quando lei stessa è elencabile come un campionario di parti anatomiche, coordinate ma mai “ordinate”. La si osserva, durante i ringraziamenti, con una specie di imbarazzo, per quel gioco che avrebbe potuto continuare, ma che, pur dilatandosi all’estremo della resistenza fisica, non si sarebbe avvicinato alla vita, o a una “tesi” sulla vita, con approssimazione migliore che gli asintoti di una parabola agli assi verticale e orizzontale in un quadrante cartesiano.
La Signora non ha contenuto, e, a dispetto di tutti gli escamotages per assomigliarle, non è ancora una forma. Piuttosto, è il contenuto provvisorio e destinato a sparire, il calco della forma che verrà e che altri riconosceranno, salvo riempirla di altri contenuti: la stoffa le si modella addosso come una sostanza inerte attorno alla sua matrice, e solo allora, reperita una collocazione in palinsesto, può chiamarsi abito. E solo allora, con l’essere tutto fuorché nuda, la Signora si rivela (nel senso più religioso dell’espressione: stendere un velo di leggibilità sull’incomunicabile). Ma se anche l’ultimo dogma di tanta avanguardia, quello che equipara nudità a verità, ha perso mordente, resta affidabile la bussola dei grandi crepuscoli: “ti riconoscerò dalla tua maschera”.